Il nuovo, ipotetico, format dei campionati. Mescolare tutto per non cambiare nulla

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Nel bel mezzo della bagarre politica-sportiva (si voterà nei prossimi mesi l’elezione del Presidente dalla FIGC) e del COVID19, si è abbattuta un’ipotesi di cambio del format dei campionati. Ricordiamo che il Consiglio Federale della FIGC è il luogo deputato alla ratifica dei cambiamenti delle competizioni e l’art. 50 delle NOIF modificato di recente ha eliminato il vincolo dell’entrata in vigore nella seconda stagione successiva alla modifica. Di fatto il format del/i campionati entra in vigore nella stagione successiva a quella dell’approvazione (dato non di poco conto!).

Il nuovo ipotetico format dei campionati si basa su presupposti errati. Si basa sull’eccessivo numero di squadre professionistiche e sull’elevato numero di fallimenti nelle leghe inferiori (in particolare in serie C).

Ma se analizziamo la situazione ci rendiamo conto che le problematiche sono altre: la redistribuzione delle risorse e la mancanza di sostenibile del sistema delle leghe inferiori.

Se entriamo nello specifico, le difficoltà maggiori sono il passaggio dalla serie B alla serie C (a differenza del passaggio dalla serie A alla serie B dove abbiamo il paracadute, che meriterebbe un articolo a parte) e la permanenza nella serie C.

I motivi? In serie C non vi è un sistema di mutualità adatto ai costi che sostengono le società. In questo modo è come giocare al casinò, si puntano le fiche che si hanno per sperare di saltare al livello successivo.

La soluzione, è evidente, non può essere l’eliminazione della serie C. Metteteci, anche, l’impossibilità per alcune società di Serie C di adeguarsi alle Licenze Nazionali per la Serie B (ad esempio vedasi le regole riguardanti gli impianti sportiva).

L’unica soluzione è la sostenibilità delle serie inferiori ma non con il colino delle Licenze Nazionali (molto spesso derogate), bensì attraverso un sistema di riforme che abbiamo i valori di equità e sostenibilità alla base .

Le serie inferiori inglesi: Championship e League One hanno gli stessi problemi: tanti costi e poche entrate. Ed anche lì il sistema potrebbe collassare. Ma non stanno pensando di rimescolare le carte, ovvero le squadre e le categorie.

Hanno pensato di gestire il problema. Come? In parte come hanno fatto le nostre serie B e serie C, attraverso dei tetti salariali e dei tetti al budget. La discussione maggiore si fonda anche sulla redistribuzione delle risorse. La Premier League (a differenza della Serie A) crede che la mancata sostenibilità delle serie inferiori sia una minaccia per l’intero sistema sportivo.

Se il tetto salariale e di budget non è affiancato ad un’equa ridistribuzione delle risorse, attraverso la modifica del Decreto Melandri, è uno strumento monco.

Se la modifica (miglioramento) dei tetti salariali e la redistribuzione delle risorse non dovesse bastare, allora sarà necessario inquadrare la serie C e la Serie D delle categorie semi-professionistiche.

Con il termine semiprofessionismo voglio intendere che le società potrebbero mantenere la natura associativa, e magari rispolverare le società sportive lucrative, ed avere la possibilità di sottoscrivere solamente 5 contratti di prestazione sportiva professionistica ogni anno. In questo modo si avrebbe la possibilità di investire e gestire solo un numero esiguo di contratti e per il resto avere degli atleti “dilettanti” o “giovani”. Così le società non si caricherebbero di quegli oneri previdenziali e fiscali, che di fatto li strozzano.

In sintesi la rivoluzione dei campionati dovrebbe passare da:

  1. Miglior redistribuzione delle risorse
  2. Miglioramento dei tetti salariali ed al budget
  3. Creazione del semiprofessionismo.

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